Il “Castello fra le Nuvole” lo chiamano.
E anche se io, lassù, di nuvole non ne ho praticamente viste (fortunella!), quoto fermamente tale poetica definizione del rifugio Gino Biasi al Bicchiere, storica alcova a 3.195 metri d’altitudine che vanta un primato importante: quello di essere il rifugio più alto dell‘Alto Adige.
Letteralmente a un passo dal confine con l’Austria, il rifugio Bicchiere si colloca in una posizione unica nel suo genere, non soltanto perchè si erge temerario su una piramide di roccia, ma anche perchè domina un prezioso mondo di ghiacci e nevi perenni, di vette che puntano i 3.500 metri, di magico silenzio d’alta quota e panorami che, una volta visti, non si dimenticano più.

Devo ammettere che, nella fase di progettazione dell’avventura al Becher Haus (il suo nome in tedesco), ero molto perplessa: un’ascesa di 1.800 metri di dislivello (rivelatisi poi molti di più), con il tratto più impervio proprio alla fine e il rischio di trovare neve e ghiaccio anche in agosto (rivelatosi poi remoto), mi rendevano un po’ ansiosa.
Ok che sono una guida ambientale escursionistica e che sono allenata e avvezza alle imprese montanare belle toste, ma non sono più una giovincella ventenne.
Però poi, puntuale e carico come sempre quando si parla di montagna, è arrivata la proposta del fratellone Matteo: “Ma perchè non dormiamo in rifugio? Così affrontiamo con tutta calma la salita, ci godiamo il posto e il giorno dopo scendiamo in polleggio, senza ansie e patemi”.
Mi sarò lasciata tentare da suddetta proposta, secondo voi? Continuate a leggere l’articolo per scoprirlo.

RIGUFIO GINO BIASI AL BICCHIERE: BREVE STORIA DEL RIFUGIO PIÙ ALTO DELL’ALTO ADIGE
Ebbene sì, il Becher Haus, sul versante meridionale delle Alpi dello Stubai, non è certo un rifugio qualunque: oltre a detenere lo scettro di rifugio più alto del Sud Tirolo, vanta radici antiche: è nel gennaio del 1893 che sono cominciati i lavori di costruzione, per mano della sezione Hannover del Club Alpino Tedesco e Austriaco.

Pensate che la struttura fu prima costruita a valle, a Ridanna, per essere poi smantellata e ricostruita, pezzo per pezzo, in cima al pinnacolo roccioso su cui si trova oggi; grazie all’impiego di slitte trainate da cavalli, piani inclinati (in passato utilizzati per il trasporto di minerali) e tanta forza fisica e impegno da parte della popolazione locale, il rifugio fu completato in breve tempo e inaugurato il 18 agosto del 1894, giorno del compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe.
Il Bicchiere venne poi ampliato tra il 1900 e il 1920, e nel 1922 fu occupato dai militari italiani, che rimasero in loco fino al 1979. Nel 1987 e 1989 il rifugio venne ulteriormente ingrandito, e passò alla gestione della sezione CAI di Verona. Successivamente, nel 1999 divenne proprietà della Provincia autonoma di Bolzano – Alto Adige, e nel 2010, la sua concessione (insieme a quella di altri 25 rifugi altoatesini) passò nelle mani dei rispettivi gestori.

Proprio accanto al rifugio, ospitata nella medesima struttura di legno e cemento, sorge anche la cappella di Santa Maria della Neve, anch’essa la più alta dell’Alto Adige e uno dei santuari mariani più in quota dell’intero arco alpino.
ESCURSIONE AL RIFUGIO BICCHIERE: UN MERAVIGLIOSO TREKKING DALLA VAL RIDANNA
Ed eccoci giunti e giunte al nocciolo del presente articolo, il cui intento è proprio quello di rispondere, argomentando, alle domande: “Ma come si raggiunge il rifugio Biasi al Bicchiere? È un’escursione facile o riservata solo a chi ha già fiato, gamba ed esperienza in fatto di scalate? Cosa occorre avere con sé? Ci vogliono per forza gli scarponcini da trekking?”. (A quest’ultimo quesito mi rifiuto di rispondere, e se mai verrete alle mie escursioni evitate di pormelo se non volete essere linciati vivi).
Ebbene, ci sono diverse opzioni per approdare al Becher, tutte richiedenti fatica, milioni di passi e copioso versamento di sudore, si intende.
Dal suolo italico ci si arriva dalla Val Ridanna (come ho fatto io) o dalla Val Passiria, mentre dall’Austria i punti di partenza più papabili sono la Valle Ötztal e la Valle di Stubai. In questa sede, io mi limiterò a descrivervi il percorso da me effettuato con partenza dalla località Masseria, in Val Ridanna.
Si tratta di un’escursione molto impegnativa: i dislivelli da affrontare sono arditi (questo è stato il mio personale record giornaliero!), gli ambienti sono quelli d’alta quota, i tratti di sentiero attrezzato celano insidie tipiche delle vie ferrate vere e proprie. Non cimentatevi in tutto questo se non siete già allenati e avvezzi alle scarpinate in alta montagna.
Ci sono però anche delle belle notizie:
- lungo il percorso vi sono ben tre punti di ristoro (oltre al rifugio Bicchiere finale);
- gli ambienti naturali che si attraversano cancellano (quasi) completamente ogni fatica;
- si può spezzare in due il percorso dormendo in rifugio (al Bicchiere, oppure anche ai precedenti rifugi Vedretta Piana e Vedretta Pendente).
Ora prendete un po’ di magnesio e leggete i dati tecnici.
DATI TECNICI
- Punto di partenza: parcheggio Mondo delle Miniere a Masseria, in Val Ridanna (1.426 m)
- Punto di arrivo: rifugio Gino Biasi al Bicchiere (3.195 m) – volendo da qui si può arrivare sulla Cima Libera (3.418 m)
- Segnavia sentieri: CAI 9
- Lunghezza: 11 km (solo andata) – 22 km totali
- Dislivello positivo: 1.800 sulla carta, ma oltre 2.000 metri reali (considerando i vari saliscendi)
- Tempo di percorrenza: 8 ore all’andata – 5 ore e mezza al ritorno
- Altitudine massima: rifugio Gino Biasi al Bicchiere (3.195 m) o Cima Libera (3.418 m)
- Difficoltà: EEA (escursionisti esperti attrezzati)
- Punti di ristoro: malga Aglsboden (1.735 m) – rifugio Vedretta Piana – Rifugio Vedretta Pendente
- Periodo consigliato: dalla tarda primavera fino all’inizio dell’autunno
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PUNTO DI PARTENZA: MASSERIA, IN VAL RIDANNA
Il punto di partenza per intraprendere la qui descritta escursione al rifugio Biasi al Bicchiere è la ridente Val Ridanna, vallata alpina lunga 18 km che parte da Vipiteno e arriva a Masseria.
È proprio presso quest’ultima località che comincia il nostro sentiero: occorre raggiungere, nello specifico, la zona che ospita le strutture esterne delle miniere di Monteneve, presso le quali sorgono il Museo provinciale delle Miniere e diversi parcheggi gratuiti.

Una volta inforcati scarponcini e zaino, si può dare inizio all’avventura! Troverete i cartelli indicanti i sentieri della zona, fra i quali spiccano le indicazioni per il rifugio Bicchiere. Vi avviso già che le tempistiche sono errate: a meno che non ci arriviate di corsa, 6 ore e venti per il Becher sono pura utopia.
Io, mio fratello e il suo collega trentino Pat ci abbiamo impiegato più di otto ore. E siamo sempre andati con un buon passo… .
Precisato ciò, imbocchiamo il sentiero CAI 9 e diamo inizio alle danze.

DAL PUNTO DI PARTENZA AL RIFUGIO VEDRETTA PIANA
Si parte subito in leggera salita, transitando per un bosco dapprima ombroso, poi più aperto su un’area un pochino disastrata: si tratta del principio della gola Burkhard. L’11 agosto 2025 faceva un bel caldino qui!
Per circa una mezz’oretta si continua salendo, con il sentiero intercettante la strada che conduce alla malga Aglsboden e lo scrosciante Rio di Montarso, fino ad arrivare in un incantevole Eden terrestre.

Una splendida piana (il suo nome dovrebbe essere Piana dell’Accla) circondata da pareti rocciose, in cui confluiscono i vari torrenti e le cascatelle che scendono giù dalle alte quote. Qui ho incontrato un simpatico branco di capre, ho sentito i buffi richiami delle marmotte e mi sono ripromessa di fermarmi con calma e mettere a bagno i piedi il giorno seguente, alla discesa.

Sul fondo di codesto luogo ameno, fa la sua comparsa la malga Aglsboden, altamente invitante. Tuttavia, meglio non indugiare in loco, e proseguire lungo il sentiero 9 che aggira sulla destra la radura e ricomincia in breve tempo a salire, in una serie di ampi zig-zag, per guadagnare un’altura rocciosa (con presenza di pittoresche cascate) e inserirsi nella rocciosa valle scavata dal torrente.

Mentre si procede, probabilmente contornati non solo da marmotte ma anche da camosci e caprioli, noterete davanti a voi e in alto due promettenti simboli di presenza umana: un rifugio abbarbicato su una prospetticamente remota roccia, e una svettante bandiera tirolese un po’ più sotto.
Sono il rifugio Vedretta Pendente (quello più lontano e in alto) e il rifugio Vedretta Piana (il più vicino che, in breve tempo, con un po’ di fiatone, si raggiungerà).

- tempistiche dalla partenza al rifugio Vedretta Piana: 2 ore / 2 ore e 30.
DAL RIFUGIO VEDRETTA PIANA AL RIFUGIO VEDRETTA PENDENTE
Grohmannhütte è il suo nome in lingua germanica, e anche se esso può incutere un po’ di timore in noi latini, in realtà il rifugio Vedretta Piana è assai tenero e bucolico.

Una piccola struttura ubicata in uno straordinario paesaggio a quota 2.254 metri, pronta ad offrirvi cibo, acqua, bevande e anche, all’occorrenza, un posto letto (ce ne sono una decina).
Io e la mia balotta ci siamo accomodati ai tavoli esterni per ristorarci brevemente con un idratante succo di mela, cercando di ricaricare le batterie per lo step successivo: il rifugio Vedretta Pendente, visibilissimo e verticalissimo proprio sopra le nostre teste.
Se già il tratto di percorso dalla pacifica Piana dell’Accla si è fatto sentire, ora si inizia a fare sul serio: per approdare al prossimo rifugio, la salita si accentua ulteriormente, il paesaggio comincia ad inasprirsi e fanno capolino i primissimi trattini attrezzatini (con cavo d’acciaio), a mo’ di preludio di ciò che verrà in seguito.
Insomma, testa bassa, motivazione e pensiero fisso al caffè e alle Kaiserschmarren che, in una cinquantina di minuti se si ha un buon passo, ci attendono al Vedretta Pendente.
- tempistiche dalla partenza al rifugio Vedretta Pendente: 3 ore / 3 ore e 30.
- tempistiche dal rifugio Vedretta Piana al rifugio Vedretta Pendente: 50 minuti / 1 ora.
DAL RIFUGIO VEDRETTA PENDENTE AL TRATTO FINALE SOTTO AL RIFUGIO BICCHIERE
Teplitzerhütte è il suo nome in lingua germanica, e anche se incute meno timore in noi italici rispetto al precedente Grohmannhütte, il rifugio Vedretta Pendente è tutta un’altra faccenda.
Più grande e spartano, anche se sempre molto curato, esso ha già più l’idea di alcova montanara d’alte quote, e in effetti gli oltre 300 metri di dislivello dal Vedretta Piana fanno la differenza.
Qui siamo già in un vero e proprio mondo di roccia, circondato da aspre e selvagge vette, ghiacciai, nevai, incantevoli laghi, nuvole. E, da alcuni tavoli esterni, è possibile individuare la meta finale della presente escursione, ovvero il mitico rifugio Biasi al Bicchiere.

Ok che bisogna rimanere leggeri durante trekking di cotanto calibro, ma io e fratellone non abbiamo resistito al richiamo delle Kaiserschmarren!

Una volta terminata la succulenta sosta, via che si riparte verso la seconda metà dell’itinerario: dapprima si costeggia in diagonale un falsopiano roccioso, cominciando a riempirsi gli occhi di scenari incantati.

Si continua più o meno in questo modo, superando numerosi valloni morenici lasciati dai ghiacciai che, fino ai primi del Novecento, ricoprivano queste zone. Qui i trattini attrezzatini si moltiplicano, sempre muniti di cavo d’acciaio, scalette e ogni tanto anche qualche piolo fissato nella roccia.
Nonostante sia davvero lungo questo settore di percorso, non si macina, ahimè, tanto dislivello: si deve addirittura affrontare un bel tratto in discesa, per raggiungere e attraversare ciò che rimane della vedretta posta proprio alla base della piramide su cui svetta il Bicchiere.
In agosto questo tratto presenta un triste residuo di nevaio (su cui non si transita) e un paio di corsi d’acqua che si attraversano agilmente passando sopra i sassi.


IL TRATTO FINALE PER RAGGIUNGERE IL RIFUGIO BICCHIERE
Già da molto prima si comincia a nasare, ma da questo punto in poi non si hanno più dubbi: il tratto più impegnativo dell’intera escursione al rifugio Bicchiere è proprio quello che si palesa qui, davanti ai nostri occhi.
Occorre, ora, scalare la ripida piramide rocciosa sopra la quale fa ciao ciao il rifugio, ed è impossibile non vedere il sentiero, dati gli enormi bolli rossi e bianchi presenti.

Il percorso adesso è praticamente tutto attrezzato, con un paio di tratti dai connotati propri di una vera ferrata. Noi, e tutti gli altri camminatori incontrati, non abbiamo indossato l’imbrago in quanto, anche se ripido, in salita non vi sono punti esposti o estremamente pericolosi. Tuttavia, occorre procedere con cautela e attenzione, specialmente nei tratti più delicati.

IL RIFUGIO BICCHIERE E IL PERNOTTAMENTO A 3.200 METRI
Non trovo le parole per esprimere l’emozione e la bellezza dell’arrivo al rifugio Gino Biasi al Bicchiere.
Io e i miei compagni d’avventura siamo giunti quassù verso le 17.30, in un magico tardo pomeriggio di strepitosa luce e nuvole sul ghiacciaio sottostante e sulle vette intorno. In pochissimo tempo, tutta la stanchezza, l’affanno e il male ai muscoli di gambe e spalle è svanita, lasciando posto a quella felicità rara e preziosa che solo l’arrivo alle alte quote sa donare.

La prima cosa che abbiamo fatto, in vista del pernotto in rifugio, è stata quella di toglierci subito gli scarponcini e indossare le ciabatte nell’apposita stanza. Poi abbiamo ufficialmente varcato la soglia del Bicchiere, calorosamente accolti dal gestore e dal suo super gradito benvenuto: tre bicchierini di liquore, per brindare all’impresa e sentirci a casa.
Dopo aver lasciato gli zaini ai nostri posti letto in dormitorio, ci siamo recati sul terrazzo in legno del rifugio, per riempirci il più possibile gli occhi del meraviglioso panorama davanti a noi.

Alle ore 19 in punto viene servita la cena: per noi il menù ha previsto ottime penne con finferli e prezzemolo, brasato con carote e riso e un succulento mascarpone. Che spettacolo gustarsi queste prelibatezze a quasi 3.200 metri di quota, con un infuocato tramonto fuori dalla finestra.



Il bello di pernottare in rifugio è che si entra (meglio dire si ritorna) in una dimensione d’altri tempi, in cui si dimenticano schermi e social e ci si (ri)focalizza su cose semplici e belle quali chiacchiere, racconti, giochi di società.

Una capatina fuori dal rifugio per adocchiare qualche stella (sfidando il gelo serale) e alle ore 10.00 tutti a nanna in dormitorio. Magari scriverò a breve un articolo dedicato al racconto del pernotto in un rifugio così alto (il più alto dell’Alto Adige, vi ricordo).

SECONDO GIORNO: DAL RIFUGIO BICCHIERE ALLA CIMA LIBERA (FACOLTATIVO)
La sveglia in rifugio suona prestissimo, anche se non si deve partire per imprese titaniche.
Vi basti pensare che la colazione viene servita dalle 6.00 alle 7.30 e, almeno nel nostro caso, l’utopia di dormire fino alle 6.50 si è bruscamente infranta quando tutto il nostro dormitorio si è destato, preparato ed è uscito (con relativo caos) alle 6.15.
Poco male: più tempo per godersi la permanenza in quota e per valutare di fare una scappata alla vicina Cima Libera, prima di intraprendere a ritroso il percorso di discesa.

Dico valutare perchè anche se ci vanno praticamente tutti quelli che pernottano al Bicchiere (prevalentemente austriaci), e privi di imbragatura, il percorso per arrivarci non è affatto semplice. Esso infatti, dopo la prima iconica scalinata di Sissi, già molto aerea ma ben gradonata, si snoda tutto su cresta attrezzata, tutt’altro che banale.

Circa un’oretta occorre per arrivare in cima, e occorre davvero stare concentrati, andare con calma, utilizzare con criterio il cavo metallico e i vari appigli presenti e mantenere i nervi saldi specialmente nel pezzetto più difficile, quello prima di arrivare alla Cima del Segnale (3.392 metri).
Una volta raggiunta questa altura, vi consiglio di lasciare momentaneamente lo zaino qui (come faranno tutti gli altri escursionisti presenti) e di procedere più liberamente lungo l’ultima crestina, questa volta non attrezzata, verso la Wilder Freiger (3.418 metri).

Il ritorno avviene a ritroso per lo stesso percorso.
- tempistiche totali dal Bicchiere alla Cima Libera (e ritorno): 2 ore scarse.
IL RITORNO A VALLE
Come già anticipato, il rientro in Val Ridanna dal rifugio Bicchiere ripercorre i passi dell’andata: tratto attrezzato in discesa sotto la cima (qui ci sono un paio di punti in cui occorre andare con molta calma e all’indietro, proprio come in una ferrata vera e propria), attraversamento della vedretta pianeggiante sotto la piramide, lungo percorso a tratti attrezzato verso il rifugio Vedretta Pendente, poi ripida discesa verso il rifugio Vedretta Piana, e via così fino ad arrivare al parcheggio di Masseria.

Oltre a fare qualche tappa gastronomica ed energetica ai vari punti di ristoro, vi consiglio assolutamente di fare una bella pausa nella meravigliosa vallata in cui sorge la malga Algsboden. Qui, se ne avete il coraggio, toglietevi gli scarponcini e provate a tenere i piedi in acqua per più di cinque secondi!

INFORMAZIONI PRATICHE
- La qui descritta escursione al rifugio Bicchiere è una vera impresa: oltre 2.000 metri di dislivello positivo (e negativo) ne fanno un trekking adatto solo ad escursionisti esperti e allenati;
- Fondamentale possedere una buona preparazione e condizione fisica, la giusta attitudine montanara, aver già avuto a che fare con vie ferrate e sentieri attrezzati, e assolutamente non soffrire di vertigini;
- C’è chi compie salita e discesa al rifugio Bicchiere in una sola giornata, ma io vi sconsiglio tale opzione: dovreste partire veramente presto per farcela, avreste sempre i minuti contati in ogni pausa e secondo me, una volta che si viene quassù, è bene avere il tempo di godersi appieno l’esperienza;
- indossate un abbigliamento a strati adatto alle temperatura, k-way o giacca impermeabile, scarponcini da trekking in suola scolpita, zaino grande comodo e una copiosa scorta di acqua e viveri, oltre a tutto l’occorrente per pernottare in rifugio;
- consigliato avere con sè il kit di imbragatura: in salita probabilmente non vi servirà, ma potrebbe essere molto utile in discesa, per sentirsi più sicuri;
- i punti di ristoro lungo la via sono la malga Aglsboden (1.735 m), il rifugio Vedretta Piana e il Rifugio Vedretta Pendente (2.586 metri);
- controllate bene le condizioni meteo prima di salire sulla vetta.

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Valentina, l’autrice di Kilig Travel Blog
Scrivo, fotografo, mangio e racconto storie sul mondo e sulle cose belle. Amo l’autunno, i libri, i piccoli borghi, i tramonti sul mare, la mia gatta Trippy, i tortellini in brodo (sono bolognese, come potrebbe essere altrimenti?), la montagna, il caffè.

2 commenti
Andre · 1 Settembre 2025 alle 17:15
Ciao, da quel che ho capito l’imbrago non e’ necessario, almeno per chi ha qualche esperienza di ferrata… tu consigli ramponcini per l’accesso alle cime o la parte ghiacciata si evita?
Valentina · 1 Settembre 2025 alle 17:23
Ciao! Per la mia esperienza, la salita al Bicchiere si può fare tranquillamente senza imbrago, ovviamente se ci si sente tranquilli e si è già pratici di tratti attrezzati/ferrate! Consiglierei però di portarla con sé nello zaino, io per esempio l’ho indossata in discesa (ci sono un paio di foto in cui infatti la indosso), perchè proprio nel tratto sotto la cima ci sono un paio di punti più simili a una via ferrata, che in discesa sono più complessi in quanto più verticali e con meno appigli). E anche per il percorso verso la Cima Libera potrebbe essere utile, per sentirsi più sicuri. L’11 agosto non servivano i ramponcini, neve e ghiaccio su sentiero non pervenuti (anche per la Cima Libera). In base al periodo in cui pensi di fare il trekking ti consiglio di telefonare al rifugio e chiedere info sul sentiero: i gestori sapranno sicuramente dirti se occorrono o meno i ramponcini.